Dario 的个人资料Ayrton Senna nessuno gra...照片日志列表更多 ![]() | 帮助 |
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6月7日 Il ritornoDopo un anno di distacco torno al mio blog. Ho aperto diversi account su facebook e diverse volte il mio account è stato chiuso. Ritorno al mio blog anche se di " spaces " devo capire quello che nel frattempo è cambiato...... Buona giornata a tutti 12月23日 msn ?????? impossibile, è diventato irriconoscibile. Capisco come mai tutti usino facebokk, myspace etc.etc. MSN non ha più senso di esistere 12月8日 mahhhhhhSono rientato dopo 10 giorni in msn e non ci capisco più nulla.......che brutto. Il vecchio msn era molto piu bello..... 9月3日 Napoli.....!!!!!Torno a scrivere dopo le vacanze estive e torno per dire basta.....!!!! Sono stufo di sentire che Napoli ed i napoletani sono solo pattumiera, violenza, camorra......!! Napoli è una bellissima città ed i napoletani sono persone simpaticissime, solari ed allegre. Napoli e la Campania sono da legare a 2 fantastici attori italiani : Totò e Massimo Troisi. Musica, lirica, arte, monumenti, profumi. Non nascondiamo i problemi e le gabole di un paese intero dietro a Napoli ed i napoletani Lombardia, Veneto, Emilia Romagnia e Toscana non sono paradisi terrestri e la Campania l'inferno. Permettetemi, ma io mi schiero con i campani Napule è mille culure
Napule è mille paure Napule è a voce de' criature che saglie chianu chianu e tu sai ca nun si sulo. Napule è nu sole amaro Napule è addore 'e mare Napule è 'na carta sporca e nisciuno se ne importa e ognuno aspetta a' ciorta. Napule è 'na cammenata inte viche miezo all'ato Napule è tutto 'nu suonno e 'a sape tutti o' munno ma nun sanno a verità. Napule è mille culure (Napule è mille paure) Napule è 'nu sole amaro (Napule è addore e' mare) Napule è 'na carta sporca (e nisciuno se ne importa) Napule è 'na camminata (inte viche miezo all'ato) Napule è tutto nu suonno (e a' sape tutti o' munno) Chillu jorno nu rré e na reggina
partettene a fore venettene ccà Fuie na festa e pe for'e balcone nu sacco e bandiere pe tutt'a città Masaniello purtaie nu babà ma a riggina vuleve mangià Fuje accussì ca cu ll'acqu'e a farina nu bellu guaglione a facette ncantà Po guardaie da bandiera e culure Napule Gennarino a Pozzuoli cresceva C'era un principe senza casato Napule Una notte ero in barca a Surriento E accussì te mettist'a sunà
8月19日 Ciao vacanze estiveDomani si torna al lavoro Queste vacanze sono volate. Sono rimasto a Milano, qualche giorno con Patrizia poi lei è andata da sua figlia a Barcellona. Io non ho fatto nulla di particolare,se non organizzare con altri 3 amici un'anguriata per il cortile con 60 partecipanti ed una pizzata con 90 partecipanti che per il periodo ferragostiano è stato un successo notevole. Ma per il resto niente viaggi, niente avventura, niente mare, niente sole Speriamo in tempi migliori Domani si ricomincia a ricontare i giorni che mancano ai venerdì, ai ponti ed alle vacanze senza renderci conto che così passano gli anni. Puntiamo alla pensione senza renderci conto che la nostra vita è dettata dai giorni che mancano alla pensione....e poi ???? 8月2日 .... amarcord...... Mi ricordo che ho iniziato a suonare la chitarra con Guccini, De Andrè, Bennato, Dylan, le canzoni di proteste italiane , i Beatles ......ma 3 canzoni oggi, chitarra alla mano, mi hanno messo una punta di nostalgia...più che una punta, un vero nodo alla gola.....!!!!!! Magari un pò meno conosciute ed importanti di altre, ma forse legate a momenti particolari legati alla scuola oppure ad i primi amori....!!!! Non è nel cuore ( 1977 ) La prima volta che ho fatto l'amore non e' stato un granche' divertente ero teso ero spaventato era un momento troppo importante da troppo tempo l'aspettavo e ora che era arrivato non era come nelle canzoni mi avevano imbrogliato... Ma l'amore non e' nel cuore, ma e' riconoscersi dall'odore. E non puo' esistere l'affetto senza un minimo di rispetto e siccome non si puo' farne senza devi avere un po' di pazienza perche' l'amore e' vivere insieme l'amore e' si volersi bene ma l'amore e' fatto di gioia ma anche di noia. E dopo un po' mi sono rilassato e con l'andar del tempo ho anche imparato che non serve esser sempre perfetti che di te amo anche i difetti che mi piace svegliarmi la mattina al tuo fianco che di fare l'amore con te non mi stanco che ci vuole anche del tempo ma lo scopo e' conoscersi dentro. E l'amore non e' nel cuore ma e' riconoscersi dall'odore. E non puo' esistere l'affetto senza un minimo di rispetto e siccome non si puo' farne senza devi avere un po' di pazienza perche' l'amore e' vivere insieme l'amore e' si volersi bene ma l'amore e' fatto di gioia ma anche di noia. Oggi ho litigato con la Elia Si parlava di diritti e di doveri Ma se ci penso nella nostra storia fatti i conti, in fondo, siamo pari. Scuola Ci dicevano, insistevano, di studiare che da grandi ci sarebbe stato utile sapere le cose che a scuola andavamo a imparare che un giorno avremmo dovuto anche lavorare. E c'è chi è stato promosso, c'è chi è stato bocciato, chi non ha retto la commedia ed è uscito dal gioco ma quelli che han studiato e si son laureati dopo tanti anni adesso sono disoccupati. Infatti mi ricordo mi sembrava un po' strano passare quelle ore a studiare latino perché allena la mente a metter tutto in prospettiva ma io adesso non so calcolare l'iva. Io volevo sapere la vera storia della gente come si fa a vivere e cosa serve veramente perchè l'unica cosa che la scuola dovrebbe fare: è insegnare a imparare Io per mia fortuna me ne son sempre fregato non facevo i compiti, non ho quasi mai studiato. Ascoltavo dischi, mi tenevo informato. Cercavo di capire ed adesso me la so cavare. Perciò va pure a scuola per non far scoppiar casino, studia matematica ma comprati un violino, impara a lavorare il legno, ad aggiustar ciò che si rompe, che non si sa mai nella vita un talento serve sempre. ![]() Compagno di scuola ( 1975 ) Davanti alla scuola tanta gente
otto e venti, prima campana "e spegni quella sigaretta" e migliaia di gambe e di occhiali di corsa sulle scale. Le otto e mezza tutti in piedi il presidente, la croce e il professore che ti legge sempre la stessa storia sullo stesso libro, nello stesso modo, con le stesse parole da quarant'anni di onesta professione. Ma le domande non hanno mai avuto una risposta chiara. E la Divina Commedia, sempre più commedia al punto che ancora oggi io non so se Dante era un uomo libero, un fallito o un servo di partito. Ma Paolo e Francesca, quelli io me li ricordo bene perché, ditemi, chi non si è mai innamorato di quella del primo banco, la più carina, la più cretina, cretino tu, che rideva sempre proprio quando il tuo amore aveva le stesse parole, gli stessi respiri del libro che leggevi di nascosto sotto il banco. Mezzogiorno, tutto scompare, "avanti! tutti al bar". Dove Nietsche e Marx si davano la mano e parlavano insieme dell'ultima festa e del vestito nuovo, fatto apposta e sempre di quella ragazza che filava tutti (meno che te) e le assemblee e i cineforum i dibattiti mai concessi allora e le fughe vigliacche davanti al cancello e le botte nel cortile e nel corridoio, primi vagiti di un '68 ancora lungo da venire e troppo breve, da dimenticare! E il tuo impegno che cresceva sempre più forte in te... "Compagno di scuola, compagno di niente ti sei salvato dal fumo delle barricate? Compagno di scuola, compagno per niente ti sei salvato o sei entrato in banca pure tu? ![]() 7月30日 lavorare fa male....!!!!!!!!!!!"Fino
a quando il mio capo fa finta di farmi
guadagnare bene,
io faccio finta di lavorare tanto!
" ![]()
FigliaFiglia
Sapeva tutta la verità
il vecchio che vendeva carte e numeri,
Non c'era fiume quando l'amai;
Poi ti diranno che avevi un nonno generale,
E i sogni, i sogni,
E figlia, figlia,
E figlia, figlia, 7月28日 Vergogna...! Ma dove andremo a finire ????Manovra, allarme assegni sociali
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Questa sezione di biografie è ritenuta non neutrale: per contribuire, partecipa alla discussione.
Motivo: la sezione presenta fin dall'incipit
una malcelata partecipazione emotiva, con richiami a momenti privati
della famiglia non sempre chiaramente conferenti alla ricostruzione dei
fatti. Nell'analisi di questi ultimi e nella cronistoria delle prime
notizie (giocoforza confuse) adotta una prospettiva poco prudente, fino
a suggerire coperture dolose, generalmente senza curare l'aspetto
documentativo. Vedi discussione. Vedi anche: Progetto biografie Portale biografie Segnalazione di l'Erinaceuschimmevò?
Amici e genitori raccontano che Carlo quel giorno volesse trascorrerlo
al mare. Tuttavia, dopo aver avuto notizia degli scontri, avrebbe
deciso di cambiare programma e, indignato per le violenze che stavano
sconvolgendo Genova, si sarebbe recato a vedere cosa stesse accadendo[1]. Unitosi così ai manifestanti, affrontava le cariche delle forze dell'ordine nella zona di via Tolemaide nel quartiere Foce, verso la stazione Brignole.
A seguito di una carica abortita in via Caffa (l'unica che caricò lateralmente il corteo) da parte dei carabinieri della compagnia CCIR "Echo" - 12° btg carabinieri "Sicilia" (la cui utilità, numero di uomini impegnati e valutazione di fattibilità saranno oggetto successivamente di pareri e testimonianze contrastanti da parte degli ufficiali responsabili del reparto, uno dei quali riconoscerà durante la visione dei filmati nel processo sui fatti del 20 luglio che il reparto lanciò dei sassi in direzione dei manifestanti)[2], in piazza Alimonda, durante la frettolosa ritirata dei circa 70 militari presenti, una Land Rover Defender con tre Carabinieri a bordo (l'autista Filippo Cavataio, Mario Placanica e Dario Raffone) facendo manovra per seguire la ritirata degli uomini rimane apparentemente bloccata contro un grosso contenitore per rifiuti. L'autista sosterrà poi che sarebbe rimasto bloccato a causa di una manovra errata di un altro veicolo Land Rover Defender che seguiva la carica delle forze dell'ordine.
Sulla credibilità di tale dichiarazione getta un'ombra una serie di fotografie a disposizione della magistratura sin dai giorni successivi al 20 luglio 2001, la cui diffusione è stata resa possibile solo successivamente all'archiviazione del procedimento aperto nei confronti del carabiniere Mario Placanica. Da queste fotografie emerge con chiarezza come il contenitore fosse utilizzato come schermo protettivo da almeno un carabiniere: questa circostanza renderebbe piuttosto credibile che il carabiniere Filippo Cavataio non abbia tentato di spostare il contenitore per non rischiare di travolgere il collega[3].
La posizione dei due defender e il loro ruolo operativo in quella situazione sono stati messi fortemente in discussione dallo stesso capitano Cappello che durante il processo spiega come sia improponibile in linea generale farsi scortare da mezzi non blindati in operazioni di OP. In particolare Cappello specifica di non aver avuto percezione della presenza dei mezzi in quella posizione, e dichiara di non aver dato nessuna disposizione sui due defender specificando che dal suo punto di vista sarebbe stato un suicidio disporli a seguito del contingente.
Il veicolo rimane così fermo per alcuni secondi durante i quali viene presa d'assalto da alcuni dei manifestanti che stavano inseguendo le forze dell'ordine in ritirata verso la parte bassa di via Caffa e piazza Tommaseo, dove vi era il raggruppamento dei carabinieri e delle forze di polizia. Tra questi, Carlo Giuliani, con il volto coperto da un passamontagna, che raccoglie e solleva un estintore, già precedentemente scagliato contro il mezzo da un altro manifestante e poi caduto a terra, manifestando l'intenzione di lanciarlo a propria volta contro il veicolo dei carabinieri[4].
Dall'interno del veicolo un carabiniere - identificato come Mario Placanica secondo le sue stesse dichiarazioni - dopo aver estratto e puntato la pistola verso i manifestanti intimandogli di andarsene, spara due colpi. Un colpo raggiunge allo zigomo sinistro Carlo Giuliani che morirà nei minuti successivi. Il fuoristrada, nel tentativo di fuggire rapidamente dai manifestanti, riprende la manovra passando sul corpo del ragazzo due volte (una prima in retromarcia, la seconda a marcia avanti). Sono le 17:27 del 20 luglio 2001. Tutta la sequenza è registrata nei filmati degli operatori presenti sul posto.
La sorella Elena racconterà di aver telefonato a Carlo sul cellulare intorno alle 19, poco dopo la morte, ma di aver parlato con un sedicente amico del fratello. Le prime notizie di stampa comunicano che un sasso lanciato dai manifestanti avrebbe ucciso un ragazzo spagnolo e questa informazione si diffonde rapidamente. Dalle immagini relative a quei momenti si evidenzia l'apparizione di un sasso a fianco della testa di Giuliani, che nelle immagini immediatamente successive all'arrivo delle forze dell'ordine sul luogo del delitto non c'era. La tesi del sasso lanciato durante gli scontri come causa della morte di Giuliani verrà sostenuta nell'immediato da uno dei responsabili delle forze dell'ordine arrivati sul posto dalla vicina via Caffa, che urlando accuserà un dimostrante che si stavano avvicinando all'area[5] [6]:
| « Bastardo! Lo hai ucciso tu, lo hai ucciso! Bastardo! Tu l'hai ucciso, col tuo sasso, pezzo di merda! Col tuo sasso l'hai ucciso! Prendetelo! » | |
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(Vicequestore Adriano Lauro)
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A seguito dell'ordine dell'allora vicequestore Adriano Lauro, un carabiniere e un agente di PS accennarono un inseguimento del dimostrante, che si esaurì dopo pochi metri e permise al dimostrante stesso di fuggire. La notizia che voleva le forze dell'ordine estranee alla morte del giovane, ancora non identificato, comunque viene smentita già verso le 21, nel mentre si rendono disponibili le immagini scattate da un fotografo dell'agenzia Reuters.
Il ragazzo caduto era stato in realtà immediatamente identificato
proprio grazie al suo telefono cellulare, ma i parenti vengono infatti
avvisati solo verso le 22.
termine sezione non neutrale
L'autopsia del 5 novembre 2001 recita:
| « In
regione frontale mediana si osserva una ferita lacero contusa di forma
irregolarmente stellata inserita in un'area escoriata di circa cm. 3x2.
Il fondo della ferita è sottominato con presenza di lacinie
connettivali. Ai lati di detta lesione si osservano altre piccole
contusioni escoriate a stampo, di forma irregolare.
La piramide del naso mostra due contusioni escoriate senza segni di frattura alle ossa proprie sottostanti. La guancia destra evidenzia una soffusione ecchimotica, più evidente a livello zigomatico. » | |
Il medico legale dott. Marco Salvi (esecutore materiale dell'autopsia) rileva che
| « le lesioni cranio-encefaliche riscontrate abbiano determinato la morte del soggetto nel lasso di tempo di alcuni minuti. » | |
Si evidenzia la presenza di sangue nelle vie aeree, con segni di aspirazione bronchiale; ciò suggerirebbe un'attività respiratoria dopo il ferimento da arma da fuoco. [7] Lo zampillo di sangue ([12]) dal foro del proiettile riportato in alcune immagini confermerebbe la presenza di attività cardiaca.[8]
La conferma della morte in alcuni minuti dell’autopsia confuta le prime tesi sulla morte che i periti, negli esami del giorno successivo al decesso di Giuliani, volevano immediata dopo il colpo di pistola.[9]
Nei mesi successivi alla morte di Carlo Giuliani molte sono state le ricostruzioni sull’accaduto. In particolare alcune di queste pongono l’accento sulle ferita riportate da Giuliani di cui si parla nell’autopsia, in particolare sulla ferita lacero contusa frontale che non trova spiegazioni ufficiali. Le foto della polizia scientifica evidenziano chiaramente la ferita ([13] [14]) e nel contempo l’integrità del passamontagna all’altezza della fronte ([15] [16]). Il Comitato Piazza Carlo Giuliani (o.n.l.u.s. che si occupa dei fatti di Genova e della morte di Giuliani, svolgendo indagini indipendenti sui fatti) avanza l'ipotesi della manipolazione effettuata da membri delle forze dell'ordine per avvalorare la tesi del sasso come arma del delitto, eseguita con lo spostamento del sasso sporcato di sangue vicino al viso di Giuliani e i colpi violentemente inferti alla fronte dopo avergli spostato il passamontagna (con probabilità utilizzando lo stesso sasso posizionato artificiosamente vicino al cadavere come corpo contundente). Questa tesi è stata ribadita da Giuliano Giuliani, padre di Carlo, durante l’intervista rilasciata a “Blu notte – Misteri italiani” del 9 settembre 2007. Sempre secondo il Comitato Piazza Carlo Giuliani, questa delicata operazione giustificherebbe sia il nervosismo delle stesse forze dell’ordine (che secondo alcune immagini e le dichiarazioni del fotografo francese Bruno Abile, presente in loco, avrebbe portato alcuni agenti di PS e carabinieri a confrontarsi fisicamente) e il pestaggio di Eligio Paoni, il fotografo che fece le prime fotografie ravvicinate al corpo di Giuliani (che andarono perdute con la distruzione delle macchine fotografiche).
Il procedimento aperto nei confronti del carabiniere Mario Placanica, indagato per l'omicidio del giovane, fu archiviato il 5 maggio 2003 dal GIP Elena Daloiso, la quale rilevò "la presenza di caus[e] di giustificazione che esclud[ono] la punibilità del fatto" e prosciolse Placanica per uso legittimo delle armi, oltre che per legittima difesa, come richiesto dal PM Silvio Franz.
Le indagini condotte dalla magistratura, dagli stessi carabinieri e le conclusioni dell'inchiesta sono state criticate dai manifestanti, nonché da alcuni politici e giornalisti.
La perizia realizzata durante l'istruttoria, basata su un filmato, ha concluso che il colpo che ha ucciso Carlo Giuliani, fosse stato sparato verso l'alto e fosse rimbalzato su un sasso scagliato da un altro manifestante.
L'investimento con il mezzo di servizio, invece, venne giustificato dai carabinieri come un tentativo di fuga dai manifestanti armati di pietre e bastoni, ed i militari affermarono di non essersi accorti della presenza del ragazzo a terra.
Tale versione, accolta dai magistrati, è sempre stata ritenuta poco credibile dai manifestanti e dalla famiglia Giuliani che ha commissionato una ulteriore perizia secondo la quale il colpo è stato sparato in direzione della vittima. I familiari assieme al "comitato Piazza Carlo Giuliani" hanno realizzato un documentario sui fatti in cui raccolgono le documentazioni fotografiche disponibili per tentare di ricostruire i fatti e smentire la tesi della magistratura inquirente.[10] Nel documentario, si avanza anche l'ipotesi che a sparare dalla camionetta non fu Placanica, sulla base di un confronto tra alcune fotografie.
Secondo il medico legale della Procura, Marco Salvi, intervenuto in un altro procedimento riguardante le tragiche giornate di Genova, il colpo sparato era "diretto" e non venne deviato da alcun corpo esterno. La tesi è stata contestata anche dalla perizia di parte, presentata dai genitori di Giuliani, e da ricostruzioni indipendenti basate sul video e sulle numerose foto dove si vede la pietra incriminata frantumarsi contro la scritta "Carabinieri" presente sul retro del mezzo, ammaccandola, per cui non potrebbe aver deviato il colpo.
L'altro colpo, esploso dal carabiniere, è stato ritrovato nella facciata di un palazzo mesi dopo il fatto, essendo sfuggito alle prime indagini.
La stessa autopsia di parte mostra come il foro del proiettile che ha colpito Giuliani sia incompatibile con i normali proiettili usati dai carabinieri: secondo la difesa, questo fatto è spiegabile sempre attraverso l'ipotesi del colpo deviato dal sasso, che avrebbe deformato il proiettile, mentre i genitori di Giuliani sostengono che i carabinieri avessero in dotazione dei proiettili non standard, illegali per uso civile.
Secondo la ricostruzione del Comitato Piazza Giuliani, Carlo aveva visto che dall'interno del mezzo il carabiniere di leva Mario Placanica puntava la pistola verso i manifestanti, fortemente intenzionato a sparare, e avesse reagito lanciando contro l'estintore anche se, secondo la perizia di parte presentata dagli avvocati della famiglia Giuliani, la distanza tra il manifestante e il mezzo era di 6,50 m, troppi perché l'estintore potesse avere qualche esito.
Non è chiaro se Giuliani fosse morto sul colpo oppure fosse ancora in fin di vita e l'evento fatale fosse stato dovuto dal doppio investimento del mezzo, comunque la copiosa fuoriuscita di sangue viene interpretata dai medici di parte come prova di una attività cardiaca in atto subito dopo il colpo di pistola. Dubbi esistono anche sulla versione del mezzo incastrato e bloccato dalla folla dei manifestanti in quanto, subito dopo il tragico evento, esso si era facilmente liberato ed aveva preso la fuga.
Nel giugno 2006 Haidi Giuliani, madre di Carlo, ha inviato una raccomandata a Mario Placanica per interrompere il decorso della prescrizione, lasciando aperta la possibilità di effettuare una causa civile nei confronti dell'ex carabiniere. Eletta nel frattempo senatrice della Repubblica, la signora Giuliani ha tuttavia dichiarato di non averlo fatto per chiedere un risarcimento danni a Placanica, ma al fine di ottenere un processo "che faccia luce non solo su piazza Alimonda, su chi ha effettivamente sparato, ma anche sulle responsabilità politiche e sulla catena di comando"[11].
Dopo il proscioglimento per la morte di Carlo Giuliani, Mario Placanica è intervistato dal quotidiano Calabria Ora[12][13][14]
Nell'intervista Placanica ricostruisce il clima di tensione di quei giorni, sottolineando l'enorme pressione a cui fu sottoposto e soffermandosi sull'evitabilità del fatto. Placanica si sofferma su alcuni episodi, come il fatto che nessuno fosse intervenuto per disperdere i manifestanti nonostante fosse evidente che il mezzo dove era non riusciva a spostarsi e come la reazione dei colleghi fu di compiacimento ("Mi dissero benvenuto tra gli assassini").
Nel febbraio 2002, il ministro Claudio Scajola dichiarò di avere autorizzato ad aprire il fuoco in caso di ingresso dei manifestanti nella zona rossa ("...Fui costretto a dare ordine di sparare...")[15]. Tali dichiarazioni suscitarono sconcerto e vivaci polemiche. Vittorio Agnoletto, portavoce del movimento, chiese le dimissioni del ministro, sostenendo che le affermazioni di questi costituivano prova dell'esistenza di "un piano di repressione organizzato da governo, carabinieri e servizi segreti."[16]. In seguito Scajola ritrattò, definendo "non del tutto propria sotto il profilo giuridico e approssimativa se estrapolata dal contesto" la dichiarazione da egli stesso rilasciata e affermando di non aver mai dato ordine alle forze dell'ordine di aprire il fuoco sui manifestanti[17].
Dopo anni dall'accaduto questa vicenda continua ad essere una ferita aperta per la città di Genova, ove sono tuttora vivi il ricordo del G8 e del clima di paura che si instaurò quell'estate per gli scontri nella città. La vicenda ha avuto ampia risonanza nel dibattito politico nazionale. Per la sinistra è divenuta la dimostrazione dell'incapacità e della brutalità con cui il governo avrebbe gestito la piazza a Genova, culminate in questo fatto estremo; per la destra è divenuta la dimostrazione delle conseguenze cui porterebbero l'asserita violenza e pericolosità delle manifestazioni del movimento no-global.
Il dibattito acceso tra i genovesi è testimoniato dalla votazione a maggioranza avvenuta in Consiglio comunale il 26 luglio 2005 per la posa di una lapide commemorativa nella piazza ove è avvenuta l'uccisione con la semplice epigrafe:
| « Carlo Giuliani, ragazzo. 20 luglio 2001. » | |
La posa della lapide è stata infatti approvata con tre soli voti di scarto tra favorevoli e contrari[18]. Ancora oggi numerose inchieste indipendenti sono aperte e mirano a fare chiarezza sulla morte di Carlo Giuliani che, secondo alcuni, è avvolta ancora da molti dubbi.
A seguito degli eventi accaduti a Genova tra il 19 e il 21 luglio 2001, il Parlamento Europeo ha approvato una "Relazione sulla situazione dei diritti fondamentali nell'Unione europea (2001)"[19] nella quale, tra l'altro, "deplora le sospensioni dei diritti fondamentali avvenute durante le manifestazioni pubbliche, ed in particolare in occasione della riunione del G8 a Genova, come la libertà di espressione, la libertà di circolazione, il diritto alla difesa, il diritto all'integrità fisica" ed "esprime grande preoccupazione per il clima di impunità che sta sorgendo in alcuni Stati membri dell'Unione europea (Austria, Belgio, Francia, Italia, Portogallo, Svezia e Regno Unito), in cui gli atti illeciti e l'abuso della violenza da parte degli agenti di polizia e del personale carcerario, soprattutto nei confronti dei richiedenti asilo, dei profughi e delle persone appartenenti alle minoranze etniche, non vengono adeguatamente sanzionati ed esorta gli Stati membri in questione a privilegiare maggiormente tale questione nell'ambito della loro politica penale e giudiziaria".
Dal canto suo, Amnesty International, nel suo rapporto sui fatti di Genova, ha parlato di "una violazione dei diritti umani di proporzioni mai viste in Europa nella storia recente". Valutazioni dello stesso tenore sono state espresse in un documento emesso dalla sezione USA di Amnesty ancora a cinque anni dall'accaduto, sottolineando le inadempienze italiane in termini di rispetto dei diritti umani[20].
Nell'aprile 2003 l'AUSER RisorsAnziani, una ONLUS impegnata nella solidarietà e la valorizzazione delle persone anziane nata per iniziativa della Cgil e del suo Sindacato Pensionati Spi-Cgil ha partecipato con una propria delegazione alla cerimonia di inaugurazione di una scuola elementare edificata nel Saharawi e dedicata a Carlo Giuliani, costruita grazie ai fondi (43.000 Euro) raccolti dai soci Auser. Al progetto ha dato il proprio contributo finanziario anche la Fondazione "Carlo Giuliani", sorta per volontà dei genitori del ragazzo ucciso[21].
Nell'ottobre 2006 il gruppo di Rifondazione comunista al Senato della Repubblica ha deciso di intitolare a Carlo Giuliani la sede del proprio ufficio di presidenza. Questa iniziativa ha generato vivaci polemiche da parte di esponenti del centro-destra e di rappresentanti sindacali delle Forze di Polizia e del COCER dei Carabinieri, che hanno anche fatto appello al Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, per contrastare la decisione dei senatori del PRC. Il Presidente della Repubblica, intervenendo in risposta a tali sollecitazioni con una propria lettera sulla materia, ha posto fine alle contestazioni facendo osservare come «Questa scelta rientra nella autonomia di ciascuna componente della rappresentanza parlamentare e della relativa Camera di appartenenza, nel merito della quale il presidente della Repubblica non ha titolo ad intervenire.» ed esprimendo al contempo il proprio sostegno alle Forze Armate[22].
Con l'esclusione del Partito della Rifondazion Comunista dalla rappresentanza parlamentare del a seguito delle elezioni del 13 e 14 aprile 2008, la targa è stata rimossa.
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![]() « Mi sento come un morto che cammina. » | |
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(Paolo Borsellino) |
| « La lotta alla mafia dev'essere innanzitutto un movimento culturale che abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell'indifferenza, della contiguità e quindi della complicità. » | |
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(Paolo Borsellino)
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| « Non li avete uccisi: le loro idee camminano sulle nostre gambe » | |
Paolo Emanuele Borsellino (Palermo, 19 gennaio 1940 – 19 luglio 1992) è stato un magistrato italiano, vittima di mafia.
Nasce a Palermo in un quartiere povero, La Kalsa, dove vivono tra gli altri Giovanni Falcone e Tommaso Buscetta. Dopo aver frequentato le scuole dell'obbligo, Paolo si iscrive al liceo classico "Meli", sezione C. Durante gli anni del liceo diventa direttore del giornale studentesco chiamato "Agorà". Nel giugno del 1958 si diploma con ottimi voti e l'11 settembre dello stesso anno Borsellino si iscrive a Giurisprudenza a Palermo con numero di matricola 2301. Dopo una rissa tra studenti "neri" e "rossi" finisce erroneamente anche lui di fronte al magistrato Cesare Terranova a cui dichiara la propria estraneità ai fatti. Il giudice sentenzierà che Borsellino non c'entra nulla con l'episodio.
Paolo Borsellino, proveniente da una famiglia di simpatie di destra, nel 1959 si iscrisse al FUAN, acronimo di Fronte Universitario di Azione Nazionale (organizzazione giovanile del Movimento Sociale Italiano, di cui rappresentava il ramo studentesco-universitario). Membro dell'esecutivo provinciale, delegato al congresso provinciale, viene eletto come rappresentante studentesco nella lista del FUAN "Fanalino" di Palermo [1].
Il 27 giugno 1962 all'età di 22 anni Borsellino si laurea con 110 e lode. Il titolo della tesi di laurea fu "Il fine dell'azione delittuosa" con relatore il professor Giovanni Musotto. Pochi giorni dopo, a causa di una malattia, muore suo padre all'età di 52 anni. Borsellino si impegna con l'ordine dei farmacisti a tenere la farmacia del padre Diego fino al raggiungimento della laurea in farmacia della sorella Rita. Durante questo periodo la farmacia viene data in gestione per un affitto bassissimo di 120 mila lire al mese. La famiglia Borsellino è costretta a gravi rinunce e sacrifici. Riceverà l'esonero dal servizio militare poiché "unico sostentamento della famiglia".
Nel 1967 Rita compie gli studi e si laurea in farmacia, il primo stipendio da magistrato di Paolo Borsellino servirà proprio a pagare la tassa governativa.
Il 23 dicembre 1968 si celebrarono le nozze tra Paolo e Agnese Piraino Leto figlia di Angelo Piraino Leto, a quel tempo magistrato presidente del tribunale di Palermo.
| « L'equivoco su cui spesso si gioca è questo: si dice quel politico era vicino ad un mafioso, quel politico è stato accusato di avere interessi convergenti con le organizzazioni mafiose, però la magistratura non lo ha condannato, quindi quel politico è un uomo onesto. E NO! questo discorso non va, perché la magistratura può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziale, può dire: beh! Ci sono sospetti, ci sono sospetti anche gravi, ma io non ho la certezza giuridica, giudiziaria che mi consente di dire quest'uomo è mafioso. Però, siccome dalle indagini sono emersi tanti fatti del genere, altri organi, altri poteri, cioè i politici, le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, i consigli comunali o quello che sia, dovevano trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi che non costituivano reato ma rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica. Questi giudizi non sono stati tratti perché ci si è nascosti dietro lo schermo della sentenza: questo tizio non è mai stato condannato, quindi è un uomo onesto. Ma dimmi un poco, ma tu non ne conosci di gente che è disonesta, che non è stata mai condannata perché non ci sono le prove per condannarla, però c’è il grosso sospetto che dovrebbe, quantomeno, indurre soprattutto i partiti politici a fare grossa pulizia, non soltanto essere onesti, ma apparire onesti, facendo pulizia al loro interno di tutti coloro che sono raggiunti comunque da episodi o da fatti inquietanti, anche se non costituenti reati. » | |
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(Paolo Borsellino, Istituto Tecnico Professionale di Bassano del Grappa 26/01/1989)
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Nel 1963 Borsellino partecipa con successo al concorso per entrare in magistratura ottenendo 57 voti si classifica venticinquesimo sui 110 posti in gara. Nel 1967 diventa pretore a Mazara del Vallo. Nel 1969 è pretore a Monreale, dove lavora insieme ad Emanuele Basile. Proprio qui avrà modo di conoscere per la prima volta la mafia sanguinaria, quella dei corleonesi.
Il 21 marzo 1975 viene trasferito a Palermo ed il 14 luglio entra nell'ufficio istruzione affari penali sotto la guida di Rocco Chinnici.
Il 1980 vede l'arresto dei primi sei mafiosi grazie all'indagine condotta da Basile e Borsellino, ma nello stesso anno arriva la morte di Emanuele Basile e la scorta per la famiglia Borsellino.
In quell'anno viene costituito il pool antimafia, dove lavorano, sotto la guida di Chinnici, tre magistrati (Falcone, Borsellino, Barrillà) e due commissari (Cassarà e Montana). Tutti i componenti del pool chiedono espressamente l'intervento dello Stato, che non arriva.
Il 29 luglio 1983 viene ucciso Rocco Chinnici nell'esplosione di un'autobomba e pochi giorni dopo arriva da Firenze Antonino Caponnetto. Il pool vuole una mobilitazione generale contro la mafia. Nel 1984 viene arrestato Vito Ciancimino, mentre Tommaso Buscetta ("Don Masino", come viene chiamato nell'ambiente mafioso), arrestato a San Paolo del Brasile ed estradato in Italia, inizia a collaborare con la giustizia.
Buscetta descrive una mafia di cui fino ad allora si sapeva poco o nulla e la descrive in maniera molto dettagliata. Nel 1985 però vengono uccisi da Cosa Nostra, a pochi giorni l'uno dall'altro, i commissari Giuseppe Montana e Ninni Cassarà. Falcone e Borsellino vengono trasferiti nella foresteria del carcere dell'Asinara, dove iniziano a scrivere l'istruttoria per il maxiprocesso. Si seppe in seguito che l'amministrazione penitenziaria richiese ai due magistrati il rimborso spese ed un indennizzo per il soggiorno trascorsovi.
Il 19 dicembre 1986 Borsellino viene nominato Procuratore della Repubblica di Marsala. Nel 1987 Caponnetto lascia il pool per motivi di salute e tutti (Borsellino compreso) si aspettano la nomina di Falcone, ma il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) non la vede nella stessa maniera e nasce la paura di vedere il pool sciolto.
Borsellino parla dovunque e racconta quel che accade alla procura di Palermo: per questo motivo rischia il provvedimento disciplinare e solo grazie all'intervento del Presidente della Repubblica Francesco Cossiga si decide di indagare su ciò che succede nel palazzo di Giustizia.
Il 31 luglio il CSM convoca Borsellino che rinnova accuse e perplessità. Il 14 settembre Antonino Meli diventa (per anzianità) il capo del pool; Borsellino torna a Marsala, dove riprende a lavorare alacremente insieme a giovani magistrati, alcuni di prima nomina. Inizia in quei giorni il dibattito per la costituzione di una Superprocura e su chi porne a capo. Falcone va a Roma per prendere il comando della direzione affari penali e preme per l'istituzione della Superprocura.
Con Falcone a Roma, Borsellino chiede il trasferimento alla Procura di Palermo e l'11 dicembre 1991 Paolo Borsellino, insieme al sostituto Antonio Ingroia, torna operativo alla Procura di Palermo, come Procuratore aggiunto.
Il 23 maggio 1992 nell'attentato di Capaci perdono la vita Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta, Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco di Cillo. Due mesi prima della sua morte, Paolo Borsellino rilascia un'intervista ai giornalisti Jean Pierre Moscardo e Fabrizio Calvi (19 maggio 1992). L'intervista mandata in onda da RaiNews 24 nel 2000 è di trenta minuti, quella originale era invece di cinquanta minuti. In questa sua ultima intervista Paolo Borsellino parla anche dei legami tra la mafia e l'ambiente industriale milanese e del Nord Italia in generale, facendo riferimento, tra le altre cose, a indagini in corso sui rapporti tra Marcello Dell'Utri, Vittorio Mangano e Silvio Berlusconi. Alla domanda se fosse Mangano un "pesce pilota" della mafia al Nord, Borsellino risponde che egli era sicuramente una "testa di ponte dell'organizzazione mafiosa nel Nord d'Italia". Sui rapporti con Berlusconi invece si astiene da giudizi definitivi non sentendosi autorizzato a parlare di inchieste giudiziarie in corso da parte di altri magistrati.
Nelle elezioni presidenziali del 1992, i parlamentari del MSI votarono per Paolo Borsellino come Presidente della Repubblica nel corso dell'XI scrutinio.
Il 19 luglio 1992, dopo aver pranzato a Villagrazia con la moglie Agnese e i figli Manfredi e Lucia, Paolo Borsellino si reca insieme alla sua scorta in via D'Amelio, dove vive sua madre.
Una Fiat 126 parcheggiata nei pressi dell'abitazione della madre con circa 100 kg di tritolo a bordo esplode, uccidendo oltre a Paolo Borsellino anche i cinque agenti di scorta Emanuela Loi (prima donna della Polizia di Stato caduta in servizio), Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. L'unico sopravvissuto è Antonino Vullo. Pochi giorni prima di essere ucciso, durante un incontro organizzato dalla rivista MicroMega, Borsellino parlò della sua condizione di "condannato a morte". Sapeva di essere nel mirino di Cosa Nostra e sapeva che difficilmente la mafia si lascia scappare le sue vittime designate.
Borsellino, in vita, rilasciò interviste e partecipò a numerosi convegni per denunciare l'isolamento dei giudici e l'incapacità o la mancata volontà da parte della politica di dare risposte serie e convinte alla lotta alla criminalità. In una di queste Borsellino descrive le ragioni che hanno portato all'omicidio del giudice Rosario Livatino e prefigura la fine (che poi egli stesso farà) che ogni giudice "sovraesposto" è destinato a fare.[2]
La figura di Paolo Borsellino, come quella di Giovanni Falcone, ha lasciato un grande esempio nella società civile e nelle istituzioni.
Alla sua memoria sono state intitolate numerose scuole e associazioni, nonché l'aeroporto internazionale di Punta Raisi (Palermo) e un'aula della facoltà di Giurisprudenza all'Università di Roma La Sapienza.
Anche il cinema e la televisione hanno onorato la memoria di Borsellino, ben 5 fino ad oggi sono state le pellicole dedicate, in tutto o in parte, alla vita del magistrato palermitano:
Medaglia d'oro al valor civile
Napolitano: ricordo Borsellino fa crescere legalita'
ROMA - "Ricordare tutti coloro che hanno pagato con il sacrificio della
vita i servigi resi alle istituzioni contribuisce in modo determinante
a diffondere la cultura della legalità contro ogni forma di violenza e
sopraffazione": è quanto scrive il presidente della Repubblica Giorgio
Napolitano in un messaggio alla signora Agnese Borsellino, e, per suo
tramite, ai familiari degli agenti della scorta, nel sedicesimo
anniversario dell'agguato di via D'Amelio in cuì restò ucciso il
giudice Paolo Borsellino.
"Nel
sedicesimo anniversario del barbaro agguato di via D'Amelio a Palermo,
che il 19 luglio 1992 spense la vita di suo marito e dei giovani agenti
- Emanuela Loi, Agostino Catalano, Walter Cosina, Vincenzo Li Muli e
Claudio Traina - dedicatisi alla sua sicurezza, desidero far giungere a
lei, gentile signora e - suo tramite - a tutti i familiari dei caduti
di quel giorno il mio pensiero commosso e partecipe. Rinnovare anno
dopo anno il ricordo di Paolo Borsellino e della sua scorta costituisce
- scrive Napolitano - il doveroso riconoscimento che il Paese tributa
al dramma da voi vissuto e al coraggio con il quale avete saputo
affrontarlo nei lunghi anni trascorsi".
"Il dolore e lo
sgomento per la strage di via D'Amelio - prosegue il presidente della
Repubblica - restano vivi nella memoria di tutti. La inaudita violenza
con cui si colpì un magistrato esemplare, costantemente impegnato nel
contrasto alla criminalità organizzata suscitò nel Paese - già segnato
dal barbaro attentato di Capaci - una condivisa stagione di lotta
contro la brutale spirale mafiosa. Le iniziative e la mobilitazione
delle forze sane della società e in particolar modo delle generazioni
più giovani - conclude Napolitano - testimoniano la funzione
rigeneratrice dell'esempio e dell'eredità morale che Paolo Borsellino
ci ha lasciato. Con commosso ricordo sono vicino a Lei, gentile
signora, ai suoi figli e ai familiari degli agenti caduti e, con questo
spirito, le rinnovo i sentimenti di gratitudine e di solidarietà di
tutti gli italiani".


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| Nelson Rolihlahla Mandela | ||||
| Luogo di nascita | Qunu, Sudafrica | |||
| Data di nascita | 18 luglio 1918 (90 anni) | |||
| Luogo di morte | ||||
| Data di morte | ||||
| Partito politico | African National Congress | |||
| Mandato | 27 aprile 1994 - 14 giugno 1999 | |||
| Elezione | ||||
| Professione | ||||
| Vicepresidente | Frederik Willem de Klerk Thabo Mbeki | |||
| Predecessore | Frederik Willem de Klerk | |||
| Successore | Thabo Mbeki | |||
| « Non c'è nessuna facile strada per la libertà. » | |
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(Nelson Mandela)
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Nelson Rolihlahla Mandela (Qunu, 18 Luglio 1918) è un politico sudafricano.
È stato il primo Presidente del Sudafrica dopo la fine dell'apartheid. A lungo uno dei leader del movimento anti-apartheid, organizzò anche azioni di sabotaggio e guerriglia. Nel 1993 ricevette il Premio Nobel per la pace. Segregato e incarcerato per lunghi anni durante i Governi sudafricani pro-apartheid prima degli anni '90, è oggi universalmente considerato un eroico combattente per la libertà.
Il nome Madiba, titolo onorifico adottato dai membri anziani della sua famiglia, è divenuto in Sudafrica sinonimo di Nelson Mandela.
Originariamente Nelson Mandela si chiamava Rolihlahla Dalibhunga ma alla scuola elementare gli fu dato il nome attuale.
I primi passi verso una vita volta alla conquista della libertà degli uomini Nelson Mandela li mosse nel 1940 all'età di 22 anni quando insieme al suo cugino Justice fu messo di fronte al fatto di doversi sposare con una ragazza scelta dal capo thembu Dalindyebo. Questa imposizione di matrimonio obbligatorio è una condizione che nè Mandela nè il cugino vogliono tollerare. La scelta è molto delicata: o si sposa e va contro al suo principale principio e cioè la libertà oppure non si sposa mancando di rispetto così alla sua tribù e alla sua famiglia. Decise di scappare insieme al cugino in direzione Johannesburg, verso la città, la metropoli.
Da giovane studente di legge, Mandela fu coinvolto nell'opposizione al minoritario Regime sudafricano, che negava i diritti politici, sociali, civili alla maggioranza nera sudafricana. Unendosi all'African National Congress nel 1942, due anni dopo fondò l'associazione giovanile Youth League, insieme a Walter Sisulu, Oliver Tambo ed altri.
Dopo la vittoria elettorale del 1948 da parte del Partito Nazionale, fautore di una politica pro- apartheid di segregazione razziale, Mandela si distinse nella campagna di resistenza del 1952 organizzata dall'ANC, ed ebbe un ruolo importante nell'assemblea popolare del 1955, la cui adozione della Carta della Libertà stabilì il fondamentale programma della causa anti-apartheid.
Durante questo periodo Mandela ed il suo compagno avvocato Oliver Tambo fondarono l'ufficio legale Mandela e Tambo fornendo assistenza gratuita o a basso costo a molti neri che sarebbero rimasti altrimenti senza rappresentanza legale.
Inizialmente coinvolto nella battaglia di massa non-violenta, fu arrestato insieme ad altre 150 persone il 5 dicembre 1956, ed accusato di tradimento. Seguì un aggressivo processo, durato dal 1956 al 1961, al termine del quale tutti gli imputati furono assolti. Mandela ed i suoi colleghi appoggiarono la lotta armata dopo l'uccisione di manifestanti disarmati a Sharpeville, nel marzo del 1960, e la successiva interdizione dell'ANC e di altri gruppi anti-apartheid.
Nel 1961 divenne il comandante dell'ala armata Umkhonto we Sizwe dell'ANC ("Lancia della nazione", o MK), della quale fu co-fondatore. Coordinò la campagna di sabotaggio contro l'esercito e gli obiettivi del governo, e elaborò piani per una possibile guerriglia per porre fine all'apartheid. Raccolse anche fondi dall'estero per il MK, e dispose addestramenti para-militari, visitando vari governi africani. Nell'agosto 1962 fu arrestato dalla polizia sudafricana, in seguito a informazioni fornite dalla CIA, e fu imprigionato per 5 anni con l'accusa di viaggi illegali all'estero e incitamento allo sciopero.
Durante la sua prigionia, la polizia arrestò importanti capi dell'ANC, l'11 luglio 1963 presso la Liliesleaf Farm, di Rivonia. Mandela fu considerato fra i responsabili,e insieme ad altri fu accusato di sabotaggio e altri crimini equivalenti al tradimento (ma più facili per il governo da dimostrare). Joel Joffe, Arthur Chaskalson e George Bizos fecero parte della squadra di difesa che rappresentò gli accusati. Tutti, ad eccezione di Rusty Bernstein, furono ritenuti colpevoli e condannati all'ergastolo, il 12 giugno 1964. L'imputazione includeva il coinvolgimento nell'organizzazione di azione armata, in particolare di sabotaggio (del cui reato Mandela si dichiarò colpevole) e la cospirazione per aver cercato di aiutare gli altri Paesi ad invadere il Sudafrica (reato del quale Mandela si dichiarò invece non colpevole). Per tutti i successivi 26 anni, Mandela fu sempre maggiormente coinvolto nell'opposizione all'apartheid, e lo slogan "Nelson Mandela Libero" divenne l'urlo di tutte le campagne anti-apartheid del Mondo.
Mentre era in prigione, Mandela riuscì a spedire un manifesto all'ANC, pubblicato il 10 giugno 1980. Il testo recitava:
| « Unitevi! Mobilitatevi! Lottate! Tra l'incudine delle azioni di massa ed il martello della lotta armata dobbiamo annientare l'apartheid! » | |
Rifiutando un'offerta di libertà condizionata in cambio di una rinuncia alla lotta armata (febbraio 1985), Mandela rimase in prigione fino al febbraio del 1990. Le crescenti proteste dell'ANC e le pressioni della comunità internazionale portarono al suo rilascio l'11 febbraio del 1990, su ordine del Presidente sudafricano F.W. de Klerk, e alla fine dell'illegalità per l'ANC. Mandela e de Klerk ottennero il premio nobel per la pace nel 1993. Mandela era già stato in precedenza premiato con il Premio Sakharov per la libertà di pensiero nel 1988.
Divenuto libero cittadino e Presidente dell'ANC (luglio 1991 - dicembre 1997) Mandela concorse contro de Klerk per la nuova carica di presidente del Sudafrica. Mandela vinse, diventando il primo capo di stato di colore. De Klerk fu nominato vice presidente.
Come presidente, (maggio 1994 - giugno 1999), Mandela presiedette la transizione dal vecchio regime basato sull'apartheid alla democrazia, guadagnandosi il rispetto mondiale per il suo sostegno alla riconciliazione nazionale ed internazionale.
Alcuni esponenti radicali furono delusi dalle mancate conquiste sociali durante il periodo del suo governo, nonché dall'incapacità del governo di dare risposte efficaci al dilagare dell'HIV/AIDS nel Paese. Mandela stesso ammise, dopo il suo congedo, che forse aveva commesso qualche errore nel calcolare il possibile pericolo derivante dal diffondersi dell'AIDS. Mandela è stato anche criticato per la sua stretta amicizia con Fidel Castro e Muammar Gheddafi, da lui chiamati "compagni in armi". Anche la decisione di impegnare le truppe Sudafricane per opporsi al golpe del 1998 in Lesotho rimane una scelta controversa.
Mandela si è sposato 3 volte. La prima moglie è stata Evelyn Ntoko Mase dalla quale ha divorziato nel 1957, dopo 13 anni di matrimonio. Il suo secondo matrimonio con Winnie Madikizela è terminato con una separazione nell'aprile 1992 ed il definitivo divorzio nel marzo 1996, alimentato da forti contrasti politici. A ottant'anni Mandela ha poi sposato Graça Machel, vedova di Samora Machel, presidente fondatore mozambicano e alleato dell'ANC morto in un incidente aereo 15 anni prima.
Dopo aver abbandonato la carica di Presidente nel 1999, Mandela ha proseguito il suo impegno e la sua azione di sostegno alle organizzazioni per i diritti sociali, civili ed umani. Ha ricevuto numerose onorificenze, incluso l'Order of St. John dalla Regina Elisabetta II e la Presidential Medal of Freedom da George W. Bush.
Mandela è una delle due persone di origini non indiane (Madre Teresa è l'altra) ad aver ottenuto il Bharat Ratna, il più alto riconoscimento civile indiano (nel 1990).
A testimonianza della sua fama va ricordata la visita del 1998 in Canada, durante la quale allo Skydome di Toronto parlò in una conferenza a 45.000 studenti che lo salutarono con intensi applausi. Nel 2001 ha ricevuto l'Order of Canada, ed è stato il primo straniero a ricevere la cittadinanza onoraria canadese.
Nel giugno 2004, all'età di 85 anni, Mandela ha annunciato di volersi ritirare dalla vita pubblica e di voler passare il maggior tempo possibile con la sua famiglia, finché le condizioni di salute glielo avrebbero concesso. Ha comunque fatto un'eccezione nel luglio 2004, confermando il suo duraturo impegno nella lotta contro l'AIDS, recandosi a Bangkok per parlare alla XV conferenza internazionale sull'AIDS.
Il 23 luglio 2004, con una cerimonia tenutasi a Orlando, Soweto, la città di Johannesburg gli ha conferito la più alta onorificenza cittadina, il "Freedom of the City", paragonabile alla consegna delle chiavi della città.
Il 27 giugno 2008 a Hyde Park, a Londra, si è svolto un grande concerto per ricordare i suoi 90 anni, il suo impegno nella lotta contro il razzismo e il suo contributo alla lotta contro l'AIDS. A sorpresa al concerto Nelson Mandela ha voluto essere presente accolto da una straordinaria ovazione di circa 500 mila persone. Ai lati del palco campeggiava il numero 46664, il numero che era scritto sulla sua giubba durante la permanenza in carcere. Mandela ha pronunciato un breve intervento in cui ha ribadito le ragioni del suo impegno civile e politico, dopo aver ringraziato per la straordinaria manifestazione di affetto e di rispetto nei suoi confronti

DAL NOSTRO INVIATO
LONDRA - Picchiati senza pietà, in modo sistematico, non per ottenere una confessione ma semplicemente per il gusto sadico di infliggere un dolore. In un’inchiesta di sette pagine dal titolo «La sanguinosa battaglia di Genova», il Guardian mette sotto dura accusa la polizia italiana: «Questo non è il comportamento di un gruppo di esaltati. Questo è fascismo». Durante i pestaggi alla scuola Diaz e le torture nel carcere di Bolzaneto, racconta il quotidiano britannico, i poliziotti parlavano in modo entusiastico di Mussolini e Pinochet. I loro cellulari avevano suonerie con le tradizionali canzoni del ventennio. E i prigionieri furono costretti a dire più volte «Viva il Duce» o «Un, due, tre, viva Pinochet».
ACCUSE A FINI - «Senza il lavoro del pubblico ministero Enrico Zucca – scrive il Guardian – senza la posizione rigorosa della magistratura italiana, la polizia avrebbe potuto sfuggire alle proprie responsabilità. Tuttavia la giustizia è stata compromessa. Nessun politico italiano è stato indagato, nonostante ci fossere forti sospetti che la polizia avesse agito con la sicurezza dell’impunità». Nell’inchiesta viene citato l’attuale presidente della Camera, Gianfranco Fini: «Un tempo segretario nazionale del partito neofascista Msi e poi vice premier, Fini - secondo quanto scrisse in quei giorni la stampa - era presente nel quartier generale della polizia. Non gli è mai stato chiesto di spiegare che ordini avesse dato, se l’aveva fatto». Insomma giustizia non sarà fatta. La maggioranza dei poliziotti coinvolti nei fatti della Diaz e di Bolzaneto non ha ricevuto nemmeno un richiamo disciplinare. Nessuno è stato sospeso, nessuno è stato accusato di torture, spiega ancora il quotidiano, alcuni sono stati addirittura promossi. «Anche il prossimo processo ai 28 agenti che sono stati incriminati è a rischio perché il premier Silvio Berlusconi ha voluto una legge che ritarda tutti i processi che riguardano fatti avvenuti prima del 2002».
LA CONCLUSIONE - Amara la conclusione del Guardian. «Cinquantadue giorni dopo l’attacco alla scuola Diaz», 19 uomini hanno usato aerei pieni di passeggeri per attaccare l’America. Era l’11 settembre del 2001. «Da allora politici che non si definirebbero mai fascisti hanno autorizzato intercettazioni a tappeto di telefoni e email, detenzioni senza processo, tortura sistematica e arresti domiciliari illimitati». Non stiamo parlando di un fascismo messo in atto da dittatori «con gli stivali neri e la bava alla bocca» ma del pragmatismo di politici dalla faccia pulita. «Il risultato però – dice il Guardian – è molto simile. Genova ci insegna che quando lo Stato si sente minacciato, la legge può essere sospesa. Ovunque».
Dopo solo 7 anni, un record per la giustizia italiana, arriviamo ad un primo giudizio per i fattacci di Genova, quelli che il vicequestore dell'epoca definì una macelleria messicana, rimangiandosi al processo quando aveva già detto e ammettendo che il capo della polizia dell'epoca, Gianni De Gennaro, gli aveva fatto forti pressioni per campbiare la sua versione dei fatti.
Ma tant'è, la corte ha emesso un verdetto. Cosa dice ? La
corte emette 15 condanne e 30 assoluzioni. La condanna più pesante,
cinque anni, ad Antonio Biagio Gugliotta, ispettore delle Guardie
penitenziarie, che aveva la responsabilità della caserma di Bolzaneto.
Gli altri condannati sono Alessandro Perugini, all'epoca numero due
della Digos di Genova, il funzionario di polizia con il grado più alto
nella struttura, e l'ispettore Anna Poggi, rispettivamente a 2 anni e 4
mesi di reclusione ciascuno. Gli altri condannati a pene più
lievi, ma comunque nessuno andrà in prigione. I reati contestati
saranno infatti tutti prescritti nel 2009, ma le eventuali condanne
consentiranno alle parti civili di chiedere un risarcimento.
Cosa dice l' ARCI ?
La sentenza emessa ieri sui fatti
avvenuti a Bolzaneto durante il G8 di genova "pur nella sua
contraddittorieta', fa luce su un pezzetto di verita',
riconoscendo come reati alcuni comportamenti delle forze
dell'ordine e riconducendone la responsabilita' anche su chi
politicamente le dirigeva". Lo afferma in una nota Paolo Beni,
presidente nazionale Arci, sottolineando difronte ai 15
condannati a pene molto inferiori a quelle richieste dai pm:
"Ci saremmo aspettati al contrario che proprio il ruolo di
pubblici ufficiali degli imputati venisse considerata
un'aggravante tale da giustificare una maggiore severita'.
Invece, data la mitezza delle pene comminate, per tutti
arrivera' sicuramente la prescrizione che rendera' inutile un
eventuale ricorso".
L'accusa - prosegue Beni - aveva affermato che in quella
caserma furono inflitte alle persone fermate almeno quattro
delle cinque tecniche di interrogatorio che secondo la Corte
Europea dei diritti dell'uomo configurano trattamenti inumani e
degradanti. I pm avevano scelto pero' di chiedere abuso
d'ufficio, violazione della convenzione per la salvaguardia dei
diritti dell'uomo ed abuso di autorita', non esistendo nel
nostro ordinamento il reato di tortura. Proprio le violenze
alla Diaz e a Bolzaneto dimostrano l'urgenza di introdurre
anche in Italia questo reato, data l'evidente e ripetuta
violazione dei diritti umani non sufficientemente tutelati nel
nostro Paese".
"Resta il fatto - aggiunge il presidente dell'Arci -che
nella sostanza l'abuso di autorita' e' stato riconosciuto dai
giudici. Per la prima volta e' emerso in un'aula di Tribunale
che le forze dell'ordine durante il G8 del 2001 hanno commesso
reati e abusi contro cittadine e cittadini inermi, infierendo
contro manifestanti la cui sicurezza, come quella di chiunque
altro, dovevano invece tutelare. Si dispone il risarcimento
delle vittime da parte dei ministeri dell'Interno e della
Giustizia. Questo dimostra che si riconoscono come veritiere le
dichiarazioni dei manifestanti fermati e che viene riconosciuta
una responsabilita' del governo di allora". "Questa sentenza,
che arriva ben 7 anni dopo i fatti di Genova, e' stata
possibile solo grazie alla ostinata richiesta di verita' e
giustizia da parte dei protagonisti di allora - conclude Beni -
Altri processi che riguardano quei giorni non sono ancora
conclusi. Ci auguriamo che tutti aiutino a ricostruire altri
pezzi di verita' affinche' quella che Amnesty defini' come la
piu' grave violazione dei diritti umani dal dopoguerra in un
paese dell'Occidente non debba piu' ripetersi".
Sono state oltre 180 le udienze del processo per i fatti accaduti a Bolzaneto nella notte tra il 21 e il 22 luglio 2001, circa 360 i testi stilati e 155 le parti civili coinvolte. Oltre 50 gli avvocati di parte civile e circa 60 i difensori degli imputati, 7 gli anni trascorsi dalla notte infernale: il risultato? Una sentenza a metà. U'idea condivisa anche da Scheggedivetro.
Già perchè, ieri sera, il Tribunale di Genova, presieduto da Adriano De Lucchi, dopo ben 11 ore di Camera di Consiglio ha divulgato la propria sentenza: solo 15 dei 45 imputati sono stati condannati a pene che, complessivamente, non raggiungono i 24 anni (contro i 76 anni, 4 mesi e 20 giorni chiesti dai pm genovesi Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati).
Qualche tempo fa avevamo pubblicato un articolo di Giuseppe D'Avanzo , tratto da Repubblica, dove si raccontavano le violenze inflitte ai dimostranti: torture fisiche e psichiche degne di un "girone infernale", tutto dimenticato? Cancellate le tre notti di violenze e "strapoteri" ai danni dei manifestanti del G8 genovese?
E' stato riconosciuto un certo abuso di autorità da parte di agenti, militari, infermieri e medici, afferma Miniati "il
giudizio complessivo per l'ufficio dei pm e' un giudizio di
soddisfazione. E' stato comunque concluso un processo molto lungo che
ci ha tenuto impegnati per anni ed e' stata riconosciuta la violazione
dei diritti degli arrestati, quindi l'impostazione principale e' stata
riconosciuta, anche se non sono state riconosciute in nessun caso le
accuse di abuso d'ufficio e di falso" e continua non è stata riconosciuta la tortura "ma sono state riconosciute tante cose di contorno". L'avvocato dei no-global, Laura Tartarini, dichiara al contrario che "In questa sentenza c'è un evidente messaggio politico".
Ma analizziamo le condanne.
La più grave è nei confronti di Antonio Biagio Gugliotta, ispettore
della polizia penitenziaria, per il quale i giudici hanno confermato l'
impostazione accusatoria, confermando il reato di abuso d'ufficio e
condannandolo a 5 (?!) anni di carcere.
Gli altri condannati
sono Alessandro Perugini, all'epoca numero due della Digos di Genova,
il funzionario di polizia con il grado piu' alto nella struTtura, e
l'ispettore Anna Poggi, rispettivamente a 2 anni e 4 mesi di reclusione
ciascuno; Daniela Maida, ispettore superiore ad 1 anno e 6 mesi di
reclusione; Antonello Gaetano, a 1 anno e 3 mesi, gli ispettori della
polizia di Stato Matilde Arecco, Natale Parisi, Mario Turco e Paolo
Ubaldi ad 1 anno di reclusione ciascuno. Massimo Luigi Pigozzi,
assistente capo della polizia di Stato a 3 anni e 2 mesi di reclusione;
Barbara Amadei a 9 mesi, Alfredo Incoronato a 1 anno, Giuliano Patrizi
a 5 mesi. Sono inoltre stati condannati i medici Giacomo Toccafondi ad
1 anno e 2 mesi di reclusione e Aldo Amenta a 10 mesi.
L'impressione è di essere di fronte a una sentenza mutilata nei confronti di un evento così drammatico e violento. Ma soprattutto si è riusciti a fare giustizia? A punire i colpevoli? A condannare la violenza?
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